In Italia si susseguono le proposte, per ridare vigore ad un mercato delle auto che da tutti gli esperti viene definito quantomeno asfittico. Se poi si passa ai paragoni con gli altri Paesi europei e mondiali, in special modo Cina, Brasile, India e Stati Uniti, i dati appaiono ancora più scoraggianti e testimoni di un declino industriale italiano ineluttabile.
Ma è realmente così? Solo il nostro Bel Paese sta vivendo un periodo in cui i concessionari devono sudare quattro camicie, per invogliare la gente ad entrare negli autosaloni ed inventarsi modi sempre più innovativi per farsi notare, in primis passando per internet e social network?
Nell’ultima settimana, qualche notizia anomala inizia ad incrinare le sicurezze delle nazioni che ritenevano di essere immuni dalla crisi del comparto automotive.
Partiamo dalla Germania. La Reuters ha diffuso un’informativa che accusa i concessionari tedeschi di aver drogato il proprio mercato ricorrendo pesantemente allo strumento dell’autoimmatricolazione. Così come successo in Italia, il dato delle auto km 0 aveva dopato le statistiche: mentre la ZDK (l’associazione che raggruppa i dealer tedeschi) evidenzia che le immatricolazioni ad opera di case e concessionarie hanno raggiunto la soglia record del 30% nei primi 4 mesi del 2012, a maggio le immatricolazioni sono calate del 4,8% e la quota delle auto vendute a clienti privati è passata dal 42,2% al 38,7% del totale.
A quanto sembra negli Stati Uniti le strategie sono diverse, ma anche oltreoceano un aiutino è d’obbligo; questa volta l’accusa poco velata è lanciata direttamente ad una delle Big Three di Detroit, la Chrysler controllata da Fiat (noi sembriamo essere sempre di mezzo). Un articolo di Automotive News denuncia la pratica dei marchi di Auburn Hills (Chrysler e Dodge su tutti) di non farsi scrupolo di concedere finanziamenti subprime ai propri clienti, pur di mostrare tassi di crescita invidiabili. Insomma, pur di piazzare le macchine si finanziano gli acquisti di persone che non possiedono adeguate garanzie patrimoniali, in caso di insolvenza. Forse dietro queste critiche ci sono GM e Ford, invidiose dei risultati oltremodo ragguardevoli ottenuti da Chrysler: una crescita delle vendite del 33% rispetto al 2011, 20 punti percentuali sopra la media delle altre marche.
by Elle Sato, the car specialist
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