
Dobbiamo per forza essere ostaggi dei benzinai?
Bene dunque fanno Federconsumatori e Adusbef a dichiarare: “vista la timidezza che caratterizza l’azione del governo su questo versante, chiediamo una commissione d’inchiesta parlamentare, affinché si realizzino sanzioni per bloccare le speculazioni… i cittadini spenderanno in più per costi diretti ed indiretti 210 € (120 per costi diretti e 90 per costi indiretti)… rivolgiamo un appello a chi ha responsabilità di verifica e controllo dei prezzi dei carburanti perché questo scempio finisca… a gennaio di quest’anno il prezzo del petrolio veleggiava a cifre superiori all’attuale costo e la benzina veniva venduta sul mercato attorno a 1,30 € al litro”.
Se analizziamo il prezzo della benzina, vediamo però che i margini di manovra sono comunque ristretti, fermo restando il divario tra Italia e altri Paesi (e qui la responsabilità, in primis, è dei nostri enti di controllo); la prima divisione che possiamo effettuare è tra prezzo industriale (39% sul totale di quanto paghiamo alla pompa) e componente fiscale (61%).
La componente fiscale si suddivide in accisa (una imposta fissa, vale il 44%) e I.V.A. (incide per il 17% sul totale); se l’imposta sul valore aggiunto venisse dimezzata, al posto di 1,4 €, pagheremmo 1,28 € circa.
Il prezzo industriale si divide in costi della materia prima (28%) e margine di profitto (11%); i costi sono influenzati dal cambio €/$, e il valore dipende dalla quotazione Platts sul mercato internazionale (quindi la stessa per tutti i Paesi della zona Euro). Le compagnie petrolifere e i distributori (fino alla fine della catena, i benzinai), si spartiscono la fetta rimanente.
Perciò le ipotesi di boicottaggio hanno poche speranze di successo, poiché evitare l’acquisto in determinate catene non genera né un impatto rilevante sul mercato, né comunque un effetto abbastanza duraturo per divenire significativo. Allora cosa possiamo fare per risparmiare sul nostro costo del trasporto?
Sono sempre più diffuse le “pompe bianche”, distributori indipendenti, senza logo, che vendono carburanti a prezzo ribassato; benzinai “low cost” che ancora non danno fastidio alle multinazionali, ma che con il passare del tempo rappresenteranno sempre più una realtà per gli automobilisti. Dovrebbero essere ormai circa 2000 (su 23.000) i distributori di proprietà di imprenditori privati, che vendono carburante senza marchio, gestendo autonomamente i prezzi e potendo così ribassarli seguendo più velocemente l’andamento del prezzo industriale.








